Ora legale: chi l’ha decisa e cosa c’entra Benjamin Franklin

Questa notte sposteremo in avanti di un’ora le lancette dell’orologio rinunciando a sessanta minuti di sonno per avere un’ora di luce solare in più. Succede ogni anno, ma chi ha deciso l’adozione di questa particolare convenzione e perché?

Tutto ha inizio poco più di due secoli fa con un articolo pubblicato dal quotidiano francese Journal de Paris nel 1784 e firmato dallo scienziato, politico e inventore americano Benjamin Franklin padre, tra le altre cose, del parafulmine. Nel suo articolo, lo scienziato proponeva di alzarsi prima nelle giornate estive in modo da risparmiare energia, approfittando della più lunga esposizione solare.

Non pensate che l’articolo di Franklin fosse scritto in modo serioso e scientifico: al contrario, l’inventore statunitense proponeva niente di meno che una sveglia cittadina a colpi di cannone e rintocchi di campane all’alba. In questo modo, secondo Franklin, si sarebbero risparmiate le candele perché alla sera la gente sarebbe andata a letto prima.

Non che l’idea di Franklin fosse particolarmente originale: già nell’antica Roma, infatti, per aumentare le ore di lavoro, gli orologi ad acqua erano dotati di differenti tacche a seconda del periodo dell’anno con una differenza massima di circa 75 minuti tra gli orari estivi e quelli invernali.

L’ora legale come la conosciamo oggi fu proposta nel 1895 dal neozelandese George Vernon Hudson che, durante il suo lavoro di raccoglitore d’insetti, ebbe modo di riflettere sulla luce solare durante il giorno. L’entomologo presentò un documento in cui suggeriva una turnazione di due ore tra l’orario invernale e quello estivo.

Dopo anni di discussioni internazionali, la prima nazione ad adottare l’ora legale fu la Germania in piena prima guerra mondiale. Il 30 aprile 1916 gli orologi tedeschi furono spostati avanti di un’ora per risparmiare il carbone che scarseggiava durante la guerra.

Il Regno Unito e tutti i suoi alleati, Italia compresa, si allinearono quasi immediatamente e nei due anni successivi tutto il mondo occidentale adottò l’ora legale fino agli Stati Uniti che iniziarono a svegliarsi un’ora prima solo nella primavera del 1918. Da allora ci sono state decine di aggiustamenti e piccole modifiche ma la sostanza non è cambiata.

Quando domattina vi alzerete un po’ più fiacchi del solito con un’ora di sonno in meno, saprete a chi dare la colpa.

Salvatore Teresi

fonti: Articolo di Benjamin Franklin sul Journal de Paris, Proposta di G.V. Hudston, Articolo su Wikipedia (en),

Le 5 regole per guidare con la neve

  1. Allargare i piedi a spazzaneve sui pedali non serve a nulla.
  2. Se di solito ti spaventa l’aquaplaning, preparati al terrificante autoski.
  3. Mettere le catene è un’arte che non s’improvvisa senza guanti a 15 gradi sotto zero.
  4. Mantieni le manovre al minimo: solo parcheggi a spina.
  5. Non vedi nulla? O nevica troppo o non hai tolto la neve dal parabrezza. In ogni caso, accosta.

[via Internazionale n. 934 | Image courtesy of autoblog canada]

I passi dello straniero

Qualche giorno fa mi è capitato di passeggiare in campagna da solo, di notte, sotto la debole luce della luna crescente. Camminavo e percepivo qualcosa di strano, di inquietante. Era forse la paura del buio? Oppure lo sconforto della solitudine? Erano quegli istinti dimenticati nell’uomo dall’evoluzione a darmi noia?

No. Non avevo paura. Mi resi conto di essere disturbato dal suono dei miei passi sull’erba umida di brina. Quel calpestio non mi era per niente familiare.

Mi angosciò parecchio il sentire come alieno il ritmo che la mia marcia batteva sul prato. Non erano i miei passi ma quelli di uno straniero. Era la camminata di un forestiero mai incontrato prima.

Chiesi a quello straniero chi fosse, ma non mi rispose. Allora, con garbo, gli chiesi dove stesse andando ma, di nuovo, nessuna risposta. Capii che non voleva replicare. Forse perché non sapeva cosa rispondere.

Ripresi a camminare e lo sentii venirmi dietro. In silenzio vagava senza meta. C’erano piste segnate ma lo straniero mi seguì tra le erbe incolte.

Quando raggiunsi la strada lo sentii andare via, non so dove. E tra i clacson e le sirene, tra i ritornelli e le sigle dei tg, tra la pioggia e le risate, tornai a casa senza angosce. Non sentivo più i passi dello straniero. Mi addormentai chiedendomi dove mai stesse andando.

[photo by Osamu Watanabe]

Le scarpe

 

La vita di uno studente in sessione d’esame è piuttosto noiosa e ripetitiva. In una routine infinita ed alienante ci si alza, forse si fa colazione, ci si lava alla meno peggio e si va alla scrivania. Poi si pranza, ci si prende una mezzora di pausa e di nuovo alla scrivania. Poi si cena e ancora alla scrivania fino al crollo definitivo.

Dopo tre o quattro giorni a questo regime, l’attenzione cala progressivamente soprattutto nelle prime ore del giorno. C’è però una regola segreta per iniziare a studiare con profitto fin da subito.

La regola del “mai in pigiama e sempre con le scarpe”!

Al mattino bisogna lavarsi e vestirsi come se si dovesse andare a lezione prima di sedersi alla maledetta scrivania. I ragazzi devono radersi e le ragazze devono profumare come al solito.

E non bisogna dimenticare le scarpe. La tentazione di mantenere le sole calzette ai piedi o peggio le ciabatte è sempre lì ma bisogna essere fermi perché le scarpe sono fondamentali. Le scarpe sono la linea d’ombra tra “sto leggendo” e “sto studiando”.

Provare per credere.

Dall’Alpe a Sicilia

“Dall’Alpe a Sicilia ovunque è Legnano.” Così recita una delle strofe nascoste del Canto degli Italiani. Una di quelle strofe cariche di storia millenaria che non si sentono allo stadio e nemmeno quando la Ferrari vince un gran premio. L’Italia è come il suo inno: nasconde al mondo e a se stessa alcune delle sue parti più belle.

Oggi si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia. Perché proprio il 17 marzo? Perché il 17 marzo di 150 anni fa Vittorio Emanuele II diventava Re d’Italia. Non è il fatto in sé a contare, anche perché appare paradossale che il primo Re d’Italia abbia un “secondo” accanto al nome.

Vittorio Emanuele II non voleva certo fare beneficenza. Voleva espandere il suo regno e questo fece bloccando per tempo Garibaldi e i suoi mille all’avvicinarsi del pericolo repubblicano e rivoluzionario.

Eppure quell’incoronazione controversa fu l’inizio dell’Italia come la conosciamo oggi. Con l’occhio della storia quell’incoronazione è stata necessaria per arrivare alla Repubblica Italiana.

Oggi l’Italia ha bisogno di un nuovo risorgimento per diventare una nazione consapevole, competitiva e credibile in Europa e nel mondo.

L’Italia è piena di persone di talento. Migliaia di aghi che bucano il velo della mediocrità che sembra soffocare il paese. Sono tanti ma ne servono di più.

C’è bisogno dei nuovi mille. C’è bisogno di innovativi, di persone che non tradiscano le proprie idee. C’è bisogno di politici autentici. C’è bisogno di uomini che rischino al tavolo della vita.

C’è bisogno di voi. C’è bisogno di noi.

Buon compleanno Italia!

Salvatore Teresi

Le scarpe di Delio Rossi

Volo Roma-Palermo. EasyJet non ha i posti assegnati e così ne scelgo uno lato finestrino appena dietro l’ala. Mi piace osservare il movimento dei flap e degli aerobrakes in fase di atterraggio.

Estraggo la Moleskine dal mio bagaglio a mano prima di spingerlo nella cappelliera e mi siedo. Un uomo dall’aria stanca mi chiede se il posto vicino al mio è libero, rispondo distrattamente di sì mentre metto l’iPhone in modalità volo.

L’aereo decolla e io mi perdo nel panorama che mi lascio alle spalle: gli Appennini innevati bucano le nuvole e sovrastano i colli laziali. Davanti a me il mar Tirreno si apre a perdita d’occhio mentre i flap si appiattiscono sull’ala.

Il passeggero che mi sta accanto legge taciturno il Corriere dello Sport esibendosi in un incastro a gambe incrociate nel ridottissimo spazio tra la poltrona e lo schienale davanti. La punta della sua scarpa destra raggiunge il mio tavolino.

Passa il carrello bar e come al solito prendo un caffè Starbucks, uno dei motivi per cui scelgo EasyJet. Mi danno il latte in un piccolo bicchierino sigillato che quando viene aperto produce un leggero schizzo per la pressione.

Questa volta lo schizzo non è poi così leggero e mi macchia il maglione rimbalzando sulla scarpa destra del mio compagno di viaggio il quale, ignaro, continua la lettura del suo giornale che gli ha impedito di notare il fattaccio.

Vado nel panico mentre osservo le scarpe scamosciate del passeggero assorbire le gocce di latte maculandosi come il dorso di un dalmata. Sto per avvertirlo ma un ragazzino mi anticipa avvicinandosi imbarazzato al mio vicino e chiedendogli un autografo.
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C’è il mondo in un vagone

Ecco la metro. C’è la solita ressa dietro la linea gialla. Qualcuno la supera per guadagnare centimetri preziosi. Io aspetto. Le porte si aprono. Sono dentro.

Non ho libri oggi. Ascolterò musica. Trafugando nelle tasche stracolme dei jeans mi accorgo di aver dimenticato le cuffie. Che fare? Sonnecchiare è impossibile. Mi guardo in giro.

C’è una donna, elegantemente vestita, sfoglia distrattamente un quotidiano mentre giocherella con la tracolla della borsa. Sta di sicuro pensando ad altro. Ogni tanto alza gli occhi al cielo, come a voler cercare qualcosa, ma è dentro di se che sta cercando.

C’è un ragazzo. È entrato alla fermata dopo la mia indossando un paio di cuffie bianche. Veste abiti larghi e una felpa in pieno stile rapper americano. Si è seduto nel posto più vicino alla porta e ha alzato al massimo il volume del suo lettore mp3. Non si preoccupa che i bassi della canzone che ascolta si sentano anche a diversi metri da lui. Anzi, li sottolinea tamburellando nervosamente contro uno dei tubi metallici che servono a reggersi. Chiude continuamente gli occhi per diversi secondi e quando lo fa muove la testa al ritmo delle cuffie. Quando chiude gli occhi non c’è nessuno attorno a lui: anche le poche insignificanti ombre che lo circondano scompaiono con i problemi e rimane solo ritmo.
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Re: “Notizie su Saviano e Caterina” di Antonio Socci

Roberto Saviano

Il 19 novembre Antonio Socci ha pubblicato sul suo blog e su Libero una lettera aperta a Roberto Saviano nella quale critica la scelta dell’autore di partecipare alla trasmissione “Vieni via con me”, campione d’ascolti su Rai 3.

Sentendomi interpellato in prima persona dai punti sollevati da Socci, ho deciso di rispondere al giornalista di Libero con la mia opinione punto per punto.

Caro Roberto,

vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.

Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).

Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.

Non mi pare che nei programmi a cui ha partecipato Roberto Saviano si respirino “i fetori dell’odiologia comunista”, tanto meno a “Vieni via con me”.

“Vieni via con me” è una trasmissione rivoluzionaria per l’Italia e accusarla di essere schierata politicamente mi pare eccessivo visto che non è neanche una tribuna politica. I due soli politici che si sono presentati, Fini e Bersani, hanno avuto 3 min ciascuno per leggere due elenchi, sovrapponibili in più parti, dei valori di destra e sinistra. Non hanno detto niente di più.

Lunedì prossimo anche il Ministro Maroni potrà leggere un elenco -probabilmente un elenco degli arresti e delle confische dell’attuale governo- per rispondere alle “accuse” di Saviano sui rapporti tra ‘ndrangheta e Lega al nord. Mi pare chiaro che le mafie abbiano fortissimi interessi anche in pianura padana e che per questo cerchino legami con le forze politiche locali. Mi pare un’affermazione inattaccabile.

Comunque anche il ministro dell’Interno avrà i suoi 3 minuti.
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