C’è il mondo in un vagone

Ecco la metro. C’è la solita ressa dietro la linea gialla. Qualcuno la supera per guadagnare centimetri preziosi. Io aspetto. Le porte si aprono. Sono dentro.

Non ho libri oggi. Ascolterò musica. Trafugando nelle tasche stracolme dei jeans mi accorgo di aver dimenticato le cuffie. Che fare? Sonnecchiare è impossibile. Mi guardo in giro.

C’è una donna, elegantemente vestita, sfoglia distrattamente un quotidiano mentre giocherella con la tracolla della borsa. Sta di sicuro pensando ad altro. Ogni tanto alza gli occhi al cielo, come a voler cercare qualcosa, ma è dentro di se che sta cercando.

C’è un ragazzo. È entrato alla fermata dopo la mia indossando un paio di cuffie bianche. Veste abiti larghi e una felpa in pieno stile rapper americano. Si è seduto nel posto più vicino alla porta e ha alzato al massimo il volume del suo lettore mp3. Non si preoccupa che i bassi della canzone che ascolta si sentano anche a diversi metri da lui. Anzi, li sottolinea tamburellando nervosamente contro uno dei tubi metallici che servono a reggersi. Chiude continuamente gli occhi per diversi secondi e quando lo fa muove la testa al ritmo delle cuffie. Quando chiude gli occhi non c’è nessuno attorno a lui: anche le poche insignificanti ombre che lo circondano scompaiono con i problemi e rimane solo ritmo.

C’è una ragazza. Ogni volta che le porte si aprono scruta i volti di chi entra. In pochi ricambiano il suo sguardo. Mi ha guardato un paio di volte e la seconda le ho risposto con un sorriso, ma lei ha subito abbassato lo sguardo imbarazzata. Tra una stazione e l’altra si guarda le mani facendole giocare tra loro. Si accarezza una ciocca di capelli con una mossa lenta e con il pugno chiuso. Ho la sensazione che voglia parlare a chiunque le si avvicini ma non le ho sentito fare un verso, in realtà neppure un respiro più rumoroso, da quando sono entrato.

C’è un’altra ragazza. Incurante delle decine di persone che la circondano, ha tirato fuori dalla borsa un astuccio lucido dal quale ha preso a sua volta uno specchietto circolare e una pinzetta. Con una precisione assoluta si sistema le sopracciglia staccando uno dopo l’altro i peli che giudica di troppo e facendoli scivolare con nonchalance sotto il sedile. Tra un’estrazione e l’altra si guarda in giro cercando curiosa gli sguardi degli altri. Effettivamente non pochi la stanno osservando.

C’è un giovane uomo. In giacca e cravatta aspetta la sua fermata in piedi, vicino alla porta. Giocherella con il suo smartphone ma è chiaro che è impaziente di arrivare e stanco del viaggio. Si specchia sul vetro della porta e dà le spalle al resto del vagone per quasi tutto il viaggio. È un padre: lo intuisco dal pacchetto colorato che intravedo nella tracolla. Un bambino lo aspetta a casa.

C’è un uomo anziano. È entrato stanco, non tanto della giornata, ma degli altri. Un ragazzo gli ha ceduto il posto non appena l’ha visto entrare e lui ha risposto con un cenno nemmeno tanto gentile. Le braccia sempre vicine al corpo, un cappello con visiera in capo, passa di stazione in stazione ricurvo in avanti. L’espressione fissa, imperscrutabile. Vorrebbe essere da solo. Porta una fede al dito ma non credo che lo aspetti qualcuno a casa.

È la mia fermata. Afferro velocemente lo zaino e sguscio fuori dal vagone all’ultimo momento. Quasi non mi accorgevo di essere arrivato. Una volta fuori, vicino alla macchina, mi sento in colpa: ho la sensazione di aver sbagliato a scendere.

Era bello viaggiare in quel vagone. Sembra strano a dirsi ma c’è il mondo in un vagone.

Salvatore Teresi