I passi dello straniero

Qualche giorno fa mi è capitato di passeggiare in campagna da solo, di notte, sotto la debole luce della luna crescente. Camminavo e percepivo qualcosa di strano, di inquietante. Era forse la paura del buio? Oppure lo sconforto della solitudine? Erano quegli istinti dimenticati nell’uomo dall’evoluzione a darmi noia?

No. Non avevo paura. Mi resi conto di essere disturbato dal suono dei miei passi sull’erba umida di brina. Quel calpestio non mi era per niente familiare.

Mi angosciò parecchio il sentire come alieno il ritmo che la mia marcia batteva sul prato. Non erano i miei passi ma quelli di uno straniero. Era la camminata di un forestiero mai incontrato prima.

Chiesi a quello straniero chi fosse, ma non mi rispose. Allora, con garbo, gli chiesi dove stesse andando ma, di nuovo, nessuna risposta. Capii che non voleva replicare. Forse perché non sapeva cosa rispondere.

Ripresi a camminare e lo sentii venirmi dietro. In silenzio vagava senza meta. C’erano piste segnate ma lo straniero mi seguì tra le erbe incolte.

Quando raggiunsi la strada lo sentii andare via, non so dove. E tra i clacson e le sirene, tra i ritornelli e le sigle dei tg, tra la pioggia e le risate, tornai a casa senza angosce. Non sentivo più i passi dello straniero. Mi addormentai chiedendomi dove mai stesse andando.

[photo by Osamu Watanabe]