Re: “Notizie su Saviano e Caterina” di Antonio Socci

Roberto Saviano

Il 19 novembre Antonio Socci ha pubblicato sul suo blog e su Libero una lettera aperta a Roberto Saviano nella quale critica la scelta dell’autore di partecipare alla trasmissione “Vieni via con me”, campione d’ascolti su Rai 3.

Sentendomi interpellato in prima persona dai punti sollevati da Socci, ho deciso di rispondere al giornalista di Libero con la mia opinione punto per punto.

Caro Roberto,

vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.

Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).

Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.

Non mi pare che nei programmi a cui ha partecipato Roberto Saviano si respirino “i fetori dell’odiologia comunista”, tanto meno a “Vieni via con me”.

“Vieni via con me” è una trasmissione rivoluzionaria per l’Italia e accusarla di essere schierata politicamente mi pare eccessivo visto che non è neanche una tribuna politica. I due soli politici che si sono presentati, Fini e Bersani, hanno avuto 3 min ciascuno per leggere due elenchi, sovrapponibili in più parti, dei valori di destra e sinistra. Non hanno detto niente di più.

Lunedì prossimo anche il Ministro Maroni potrà leggere un elenco -probabilmente un elenco degli arresti e delle confische dell’attuale governo- per rispondere alle “accuse” di Saviano sui rapporti tra ‘ndrangheta e Lega al nord. Mi pare chiaro che le mafie abbiano fortissimi interessi anche in pianura padana e che per questo cerchino legami con le forze politiche locali. Mi pare un’affermazione inattaccabile.

Comunque anche il ministro dell’Interno avrà i suoi 3 minuti.

Mi scrivesti – ti ricordi ? – quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.

Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.

È forte e potente la lotta al dolore e alla malattia ma è forse meno forte la lotta per la vita che ti costringe ad un’esistenza in solitudine, senza più amici veri, senza rapporti sentimentali? Un’esistenza atta solo a difendere ideali scomparsi, a diffondere la verità dell’Italia e a distruggere l’ipocrisia del “va tutto bene, la mafia è al sud ma la stiamo battendo anche lì”.

Sarebbe potuto scappare e vivere dei diritti delle sue opere. Non l’ha fatto. Questa lotta, alla quale Saviano non è stato costretto, è una lotta eroica.

Lei non si arrende all’orrore, come non ci si arrende alla camorra. Vieni a vedere il suo eroismo e quello di tanti altri come lei, che – come dice Mario Melazzini, rappresentante di molti malati di Sla – sono silenziati dal regime mediatico del ‘politically correct’ nel quale tu, purtroppo, hai accettato di diventare una stella.

Anche Socci paragona la lotta all’orrore di sua figlia alla lotta alla camorra. Sono lotte diverse ma sempre eroiche.

Roberto Saviano è diventato “una stella”, non per scelta sua, ma perché una grossa fetta del popolo italiano -me compreso- vede in lui la speranza.

L’Italia con la I maiuscola vede in Roberto la sincera voglia di un cambiamento positivo, desiderio tanto necessario quanto raro nella classe dirigente odierna.

Saviano è una star così come Falcone e Borsellino erano delle star prima di morire. Non è certo una colpa.

Il “purtroppo” di Socci è quantomeno inopportuno visto che, dopo aver paragonato le due lotte ed essersi rammaricato del silenziatore mediatico sui problemi della figlia, dovrebbe logicamente essere felice che almeno la lotta di Saviano riceva eco mediatica.

Mal comune mezzo gaudio?

Vieni. Vedrai gli occhi di Caterina, ben diversi da quelli arroganti e pieni di disprezzo delle mezzecalzette o dei tromboni che civettano nei salotti intellettuali e giornalistici.

Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.

Come non ce l’hanno – in questa dittatura del pensiero unico – i bambini non nati o i cristiani macellati da ogni parte e disprezzati o condannati a morte per la loro fede: è il caso della giovane Asia Bibi.

Parlare di eutanasia accusando Saviano di aver imposto il suo “pensiero unico” è un atto grave.

Saviano ha parlato di libertà e di possibilità di scelta raccontando insieme a Fazio due storie molto diverse: la storia di Piergiorgio Welby e quella di Eluana Englaro verso le quali, personalmente, ho sviluppato opinioni differenti.

Con riferimento a Welby, bisogna stare attenti, e parlo da cristiano cattolico che studia medicina, a non essere noi ad imporre un pensiero unico a persone pienamente coscienti e capaci di decisioni personali. Bisogna stare attenti a non prendere un posto che nemmeno Dio ha mai occupato.

Bisogna ricordare il libero arbitrio che ci dà perfino la possibilità di scegliere il male come scopo unico della nostra vita. Bisogna ricordare la scelta libera che ci consente di rifiutare una vocazione. Gesù Cristo stesso non ha obbligato il giovane ricco a vendere tutto e a seguirlo e nemmeno, se sbaglio mi correggerete, lo ha fermato mentre si allontanava da lui con aria triste.

La libertà di scelta non danneggia certo gli altri disabili che, invece, chiedono aiuto.

Welby scriveva:

“Io amo la vita. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio .
[…]
Che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.”

Diversa è la questione di Eluana Englaro che, per quanto non cosciente a tutti i livelli, respirava da sola e apriva gli occhi con un normalissimo ciclo di sonno/veglia. Lei è morta di fame dopo un’agonia di giorni solo perché le hanno staccato il sondino naso-gastrico che la faceva mangiare e bere.

Vedi, a me non frega niente della tua diatriba col ministro Maroni: siete due potenti e avete gli strumenti a vostra disposizione per battervi. Non c’è bisogno di galoppini che osannino l’uno o l’altro.

A me importa dei deboli, dei malati, dei piccoli, dei poveri che sono ignorati, silenziati e umiliati in televisione. A cominciare dal programma di Michele Serra dove recitate tu e Fazio. Dove si taglia a fette il disprezzo per la Chiesa.

Ancora un’interpretazione personale al limite della falsità.

Sono stati mostrati errori di uomini di Chiesa che hanno impedito il funerale di Welby, morto perché sono stati staccati i sussidi che lo facevano respirare, ma sono stati concessi funerali ad alcuni tra i più grandi dittatori della storia.

Si può criticare l’accostamento ma non si può certo negare che siano solo fatti.

Per la Chiesa che tu sai bene – caro Roberto – ha lottato contro la camorra e la mafia ben prima di te e con uomini inermi e poveri che ci hanno pure rimesso la pelle.

Così come è un fatto l’impegno che la Chiesa ha speso e continua a spendere contro le mafie anche se non senza errori di percorso.

La Chiesa che conosce i sofferenti e i miseri, li ama e quasi da sola soccorre tutti i disperati della terra, un po’ più di Michele Serra di cui ho sentito parlare solo nei salotti giornalistici, non in lebbrosari del Terzo Mondo o nei bassifondi di Calcutta (di Fabio Fazio neanche merita occuparsi).

E’ un peccato che tu metta il tuo volto a far da simbolo di un establishment intellettuale che non ha mai letto il tuo e mio Salamov e non ha mai combattuto l’orrore rosso che lui denunciò e contro cui morì.

Quello sì che sarebbe anticonformismo: andare in tv a raccontare Kolyma che è con Auschwitz l’abisso del XX secolo, ma che – a differenza di Auschwitz – non è mai stata denunciata nella nostra cultura e nella nostra televisione!

Abbiamo visto nel tuo programma lo spettro del (post) comunismo che legittimava lo spettro del (post) fascismo. Dandoci a bere che loro hanno “i valori”. Anzi: solo loro. Visto che solo loro sono stati ritenuti degni di proclamarli.

La loro è una voce. Dove sono le altre voci?

Non spetta certo a Fazio e a Saviano spingere gli altri ad evidenziare i “valori” di chi non è daccordo.

Il rottame dell’odiologia del Novecento che ha afflitto l’umanità e in particolare l’Italia è davvero quello che oggi ha i titoli per sdottoreggiare di valori?

Lasciando perdere il dubbio accostamento tra il comunismo e Fazio e Saviano, assolutamente indegno di risposta, mi resta un dubbio: quindi secondo l’autore c’è chi ha i titoli per parlare di valori e chi, invece, dovrebbe tacere? E chi dovrebbe ergersi a giudice e decidere chi è degno di parlare?

E, soprattutto, esiste qualcuno che in una simile scala potrebbe risultare degno di parola?

Mi par di sentire mio padre minatore cattolico – che lottò in vita contro il comunismo e contro il fascismo – che, quando era ancora fra noi, si ribellava davanti a questa tv e gridava: “Andate al diavolo!”.

Quelli come lui – che hanno garantito a tutti noi la libertà e il benessere di cui godiamo – non ce li chiamate a proclamare i loro valori.

Perché sono state le persone comuni come lui a capire la grandezza di un De Gasperi e ad aiutarlo, ricostruendo l’Italia. Invece gli intellettuali italiani del Novecento sono andati dietro ai pifferi di Mussolini e di Togliatti (e di Stalin).

E dopo questo tragico abbaglio l’establishment intellettuale di oggi ancora pretende di indicare la via, gigioneggiando su tv e giornali.

Tante parole sulla “pretesa di indicare la via”. Non è stata imposta nessuna idea a nessuno. Come già detto, si parla di libertà di scelta.

Pretendono di fare la rivoluzione (etica naturalmente) con tanto di contratto o fattura (sacrosanta retribuzione per la prestazione professionale, si capisce).

Invece gli articoli di Socci sono beneficenza? Da qualche parte si dovrà pur prendere la focaccia, o si deve vivere di ideali?

Sono il regime e pretendono di spacciarsi per l’eresia, incarnano la pesantezza del conformismo e si atteggiano a dissidenti, sbandierano le regole per gli altri e se ne infischiano di quelle che dovrebbero osservare loro, predicano la tolleranza e non tollerano alcune diversità culturale e umana.

Questo periodo è applicabile a chiunque si senta anticonformista.

Come se non bastasse proclamano l’antiberlusconismo etico e antropologico e con l’altra mano (molti di loro) firmano contratti con le aziende di Berlusconi come Mondadori, Mediaset o Endemol (di o partecipate da Berlusconi).

Pensa un po’ Roberto, io pubblico con la Rizzoli e lavoro per la Rai. Ti assicuro che si può vivere dignitosamente anche senza lavorare con aziende che fanno capo al gruppo Berlusconi, visto che (a parole) viene così schifato da questa intellighentsia.

Su questo punto c’è parecchio da discutere visto che le proprietà azionarie di Berlusconi sono su gran parte delle società di informazione del paese. È una questione complessa anche se, fossi Saviano, eviterei quanto più possibile i contratti con le aziende del premier o a lui legate in modo indiretto come Endemol.

Caro Roberto, l’altra sera mia figlia Caterina stava ascoltando un cd con canti polifonici che lei conosce bene (perché li cantava anche lei). Era molto concentrata ad ascoltare una laude cinquecentesca a quattro voci che s’intitola: “Cristo al morir tendea”.

In essa Maria parla di Gesù ai suoi amici, agli apostoli. E quando le sue struggenti parole – cantate meravigliosamente – hanno sussurrato “svenerassi per voi” (si svenerà per voi), Caterina – che non può parlare – è scoppiata a piangere.
Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.

E’ la stessa commozione di Asia Bibi, la giovane madre condannata a morte perché – a chi voleva convertirla all’Islam – ha risposto: “Gesù è morto per me, per salvarmi. Maometto cos’ha fatto per voi?”.

Ecco, caro Roberto, questa commozione per un Dio che ama così è il cristianesimo.

E tu hai conosciuto uomini che per l’amicizia di Gesù, per amare gli esseri umani come lui, hanno scommesso la vita, hanno dato se stessi. Quando si sono visti quei volti come si può sopportare di vivere in un mondo di maschere e di recitare nei loro teatrini?

Ti abbraccio,

Antonio Socci

Da “Libero” 19 novembre 2010